Si inaugura giovedì 4 settembre 2025, presso lo Spazio Arti Contemporanee del Broletto la mostra “Lapalisse – 31×1525”, curata da Alberto Mattia Martini e organizzata in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche culturali.
La rassegna pittorica – che si avvale della curatela scientifica di Alberto Mattia Martini – si propone di interpretare e ricordare l’evento della Battaglia di Pavia in chiave contemporanea attraverso il lavoro e la ricerca di artisti che operano da anni sul territorio nazionale e internazionale.
In mostra opere di David Bacter, Alberto Barbieri, Davide Baroggi, Corrado Bonomi, Dario Brevi, Massimo Caccia, Elisa Cella, Gianni Cella, Marco Circhirillo, Salvatore Falci, Davide Ferro, Enzo Fiore, Patrizia Fruci, Loredana Galante, Peter Hide 311065, Gabriele Lamberti, Lula (Luciana Casatti), Nico Mingozzi, Fabrizio Molinario, Andrej Mussa, Franco Mussida, Lele Picà, Isabella Rigamonti, Massimo Romani, Michael Rotondi, Enzo Rullo, Leonardo Santoli, Giovanni Sesia, Daniela Tosetti, Caterina Tosoni, Vittorio Valente.
Il termine “lapalissiano” nato proprio durante la Battaglia di Pavia
La storia, o meglio l’aneddoto, racconta che dopo la morte del Generale La Palice, i suoi soldati, per onorarlo, composero una canzone che recitava una strofa con un’ovvietà comica. La versione più diffusa, che ha dato origine al termine, è:
“Hélas, La Palice est mort, il est mort devant Pavie; un quart d’heure avant sa mort, il était encore en vie.”
(Ahimè, La Palice è morto, è morto davanti a Pavia; un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita.)
Il verso finale, che in francese suona come “il était encore en vie”, è una verità talmente palese e ridondante da risultare quasi ridicola.
C’è anche un’altra ipotesi, considerata da alcuni più plausibile, che suggerisce un errore di trascrizione o una confusione uditiva. Secondo questa teoria, la strofa originale sarebbe stata:
- (Ahimè, La Palice è morto, è morto davanti a Pavia; se non fosse morto, farebbe ancora invidia.)
In francese, le parole “en vie” (in vita) e “envie” (invidia) sono omofone (si pronunciano allo stesso modo, /ɑ̃ˈvi/), il che avrebbe potuto causare il malinteso che ha poi reso celebre la frase nella sua versione più “ridondante”.

