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C’è la firma di Pavia sulla Sacra Sindone: uno studio rivoluzionario svela tracce di gatti, mais e banane

Un dettaglio del lino della Sacra Sindone analizzato dai laboratori di genetica dell'Università di Pavia.

Cosa unisce l’Università di Pavia con la Sacra Sindone conservata nel Duomo di Torino?

Nelle ultime settimane, il nostro Ateneo è finito sotto i riflettori della stampa scientifica e culturale nazionale.

Un team di genetisti dell’Università di Pavia ha condotto uno studio rivoluzionario sul DNA estratto dalla Sacra Sindone, svelando dettagli inediti che stanno letteralmente facendo riaprire il dibattito storico e scientifico sulle sue origini.

Andiamo a scoprire i dettagli di questa indagine scientifica che sembra uscita da un romanzo di Dan Brown.

Un’indagine su campioni storici (del 1978)

Il team guidato dal professor Alessandro Achilli (per l’Università di Pavia) e dal professor Gianni Barcaccia (per l’Ateneo di Padova) ha lavorato su campioni biologici preziosissimi: la collezione ufficiale prelevata sul telo nella notte tra l’8 e il 9 ottobre del 1978 dal celebre medico legale Pierluigi Baima Bollone.

Utilizzando tecniche di sequenziamento del DNA di ultimissima generazione, gli scienziati hanno estratto e analizzato ogni minima traccia organica rimasta intrappolata tra i fili di lino.



Mais, banane e corallo rosso: la bizzarra mappa delle contaminazioni

I risultati sono straordinari e restituiscono l’immagine di un oggetto che ha vissuto mille vite, esposto per secoli alla polvere, ai restauri e alle mani dei pellegrini.

Tra le tracce di DNA analizzate, i ricercatori hanno isolato:

  • Lignaggi umani: Profili genetici compatibili con popolazioni dell’Eurasia occidentale e dell’area del Mediterraneo, ma anche del Medio Oriente.

  • Cibi e piante “esotiche”: Tracce di piante insospettabili come grano, ma anche mais, arachidi, carote e banane. La presenza di piante americane e asiatiche testimonia contaminazioni avvenute in epoca successiva ai viaggi di Marco Polo e Cristoforo Colombo.

  • Animali domestici: Tracce di DNA di cani, gatti, cavalli e polli, che raccontano di come la Sindone sia stata conservata in ambienti non esattamente asettici.

  • Indizi sui restauri: È stato individuato persino il DNA del corallo rosso e proteine tipiche della seta, materiale probabilmente usato in passato per riparare e rinforzare i bordi del telo.

💡 Il dettaglio scientifico: Tutta questa ricchezza di pollini e microrganismi conferma che la storia materiale recente della Sindone è complessa e ricca di spostamenti, ma la presenza di contaminanti post-medievali si allinea perfettamente con la datazione al radiocarbonio del 1988 (che colloca il tessuto tra il 1260 e il 1390 d.C.).




Risolve il mistero della sua origine?

La risposta degli scienziati è no, ed è qui che sta il bello.

Lo studio non è nato per stabilire se la Sindone sia autentica o meno, né per dare risposte di fede. L’obiettivo era ricostruire la sua “storia conservativa”.

Il DNA ci dice chi e cosa ha toccato quel lino nel corso dei secoli, mostrandoci come un oggetto antico possa trasformarsi in una vera e propria spugna biologica del tempo.

Un risultato straordinario che conferma, ancora una volta, la qualità della ricerca scientifica che si fa all’ombra delle nostre torri medievali.

Fonte Immagine: Depositphotos